Posted on Jan 9, 2008
Qualcosa
è rimasto a Londra della stagione gloriosa dei "free festival" degli
anni settanta, dell’illusione lisergica e libertaria della musica come colonna
sonora della marginalità ostentata, delle microcomunità che occupavano
appartamenti in disuso e li trasformavano nel più eccitante dei club. Una scena
che, nel corso degli anni, si è stemperata sulle rotte di un nomadismo a metà
tra ossessione per un impossibile ritorno alla natura e desideri tecnologici e
che ora si rincorre tra le spiagge di Goa, i "white party" di Bali e i
grandi spazi senza limiti delle pianure sudafricane. Ma che resiste strenuamente
anche nella metropoli londinese e che affida adesso proprio alla potenza
artigianale e devastante dei subwoofer il proprio linguaggio libertario.
Le
chiome rimangono fluenti, le lunghe gonne floreali continuano a frusciare e la
musica batte forte il ritmo ancora psichedelico della "trance", la
musica dell’"attraversamento", della transizione, la stessa che
legioni di giovanissimi consumano ogni notte nelle cattedrali del piacere
lisergico, come il Gatecrasher di Sheffield.
Ma
questo suono, indipendente per vocazione e autoprodotto per scelta
"politica", vive soprattutto nelle feste, bellissime e sotterranee,
che ciclicamente sembrano riportare Londra ai tempi delle improvvisazioni
collettive e delle vecchie, struggenti "estati dell’amore".
Questa
è la musica degli Autobus Magici, divenuta adesso una serie di complessi
esercizi di stile meccanici (come quelli assemblati dai Mutoid Waste Company,
spirito senza frontiere e una base-accampamento-laboratorio dalle parte di
Sant’Arcangelo di Romagna), assemblaggi che sfidano le leggi del movimento e
affascinano i bambini per quell’aspetto a metà strada tra la macchina dei
sogni e una citazione disinvolta e allegra di Mad Max. O dei Desert Storm,
letteralmente "tempesta nel deserto", arrivati sulle prime pagine dei
quotidiani britannici per aver portato i loro "rave party"
improvvisati e indimenticabili nella Bosnia martoriata dalla guerra.
In
piena guerra civile sono arrivati tra le macerie della convivenza nella ex
Jugoslavia, a Tuzla. I loro dj infatti sono parte attiva dell’organizzazione
"Workers’ Aid for Bosnia", un movimento di volontari che, con i
soldi guadagnati con i rave party in Inghilterra, ha finanziato
l’intrattenimento dance per i ragazzi bosniaci martoriati dalle granate e
dalla fame. Ogni loro evento è finalizzato alla raccolta di fondi da investire
in progetti sociali: "Siamo dj ma viviamo il nostro lavoro con lo spirito
anarchico del punk. Mediato, però, dall’esperienza del sound system
giamaicano". Con il desiderio, insomma, di costruire, di elaborare
strategie.
È una
scena che difende gelosamente la propria scelta, lontano dal consumo della dance
di massa. Ma che attrae, ogni fine settimana, migliaia di giovanissimi, sedotti
probabilmente da quella aspirazione a una libertà totale che è impossibile da
vivere tra le quattro mura di una discoteca.
Niente
pubblicità, pochi flyer disseminati tra negozietti dell’usato, pub e le merci
del mercato di Portobello Road. Difficile trovare qualche indicazione su
giornali e riviste patinate, ma basta cercare per scoprire una dimensione
inedita, una voglia di coniugare intrattenimento e politica, divertimento e
senso forte della comunità, che proprio intorno alle casse di un "sound
system" ritrova valori quali il rispetto e la tolleranza.
Capita
così che un gruppo di hippy di tutte le età abbia ottenuto a Luton alcuni
edifici abbandonati in concessione dal Comune e li abbia trasformati in
funzionali centri sociali, luoghi di incontro aperti a tutti, una sorta di
avamposto sonoro contro il degrado delle periferie. La foto di gruppo li ritrae
fieramente consapevoli delle capacità comunicative del suono trance.
"Siamo partiti con tre vecchi amplificatori abbandonati in un garage.
Adesso alle nostre feste arrivano sino a diecimila ragazzi". Quasi tutti
disoccupati credono davvero che il sound system sia un’esperienza politica.
Quando la locale polizia fermò quarantadue amici di Exodus, dopo l’ennesimo
party non autorizzato, di fronte alla stazione di polizia quattromila scatenati
ballerini improvvisarono un pacifico rave party, con gli altoparlanti che
diffondevano a tutto volume i ritmi elettronici e psichedelici, come se Luton
fosse divenuta, improvvisamente, una spiaggia di Goa.
Poi
arriva la concessione di un vecchio ospizio, poco più di quattro mura senza una
finestra intatta, un edificio divenuto il ricovero di tutti i derelitti della
città. Con il lavoro e l’entusiasmo di Exodus adesso è diventato la haz
Housing Action Zone; la casa del sound system, il centro naturale di attività
offerte alla città. Persino il Comune e le forze dell’ordine hanno dovuto
ammettere che questo gruppo così eterogeneo può essere più utile alla città
di tanti inutili progetti faraonici. La scena non è più soltanto relegata
nell’area londinese.
Brighton,
sul mare, è invasa ogni estate da innumerevoli sound system pirata, che si
chiamano Positive, Weird Science, Blues Room. Ogni notte, in spiaggia, compaiono
gli impianti, le casse vengono montate rapidamente, i cavi connessi, le puntine
iniziano a graffiare i vinili e i dj mixano i suoni ipnotici e devastanti della
trance per migliaia di ragazzi "politicamente corretti" o felicemente
inconsapevoli. "Qui" dice Michelle, dj di Advance Party "non
siamo in un club, dove la tua capacità di divertimento è proporzionale a
quanti soldi hai in tasca. Le discoteche sono raffinati parchi giochi, dove il
piacere è sottolineato dalla scansione economica. Quando vai a un ‘free
party’, puoi finalmente dimenticare i soldi. Quello che conta è ciò che hai
nel profondo del cuore!"
La
storia dei club, insomma, non è soltanto legata agli spazi patinati, la pista
da ballo non è necessariamente il luogo dell’ostentazione. Da queste parti
sarà davvero difficile trovare gli stessi abiti fotografati sulle riviste
patinate, champagne e macchine sportive si tengono alla larga dall’ondata dei
free party. Persino alle riviste musicali sfugge un movimento che rivendica il
proprio diritto di festeggiare un solstizio o la luna piena e che ama spesso
confrontarsi con un passato mitologico piuttosto che con un presente dove la
musica è pensata per durare il breve volgere di una notte.
Così
qualcuno è andato persino a riscoprire la leggenda di Re Artù e ad adottare
quel fiabesco eroe come simbolo della rinnovata passione per la trance. Si
chiamano Pendragon Sound System, sono forse i protagonisti più celebri della
scena dei free party: "Abbiamo scelto il nome di Pendragon" spiegano
Mark e Kate dalla loro base, celata tra le strade del quartiere per eccellenza
dell’immigrazione nera a Londra, Brixton "proprio in omaggio a Luther
Pendragon [Re Artù]. Le nostre feste sono occasione per far rivivere il suo
spirito e sono basate sui rituali della mitologia celtica. Si svolgono sempre
nelle notti di luna piena. Anche i celti avevano feste molto intense, selvagge,
autentici rave che inducevano lo stato di trance. Consumavano funghi magici, si
denudavano e coprivano il proprio corpo con colori e simboli; noi,
semplicemente, siamo i depositari di quella tradizione tribale, che è molto più
viva a Londra che a Ibiza o a Goa". Mark viene dall’esperienza, formativa
per moltissimi protagonisti della dance britannica, delle radio pirata. Divideva
il mixer scalcinato e i microfoni traballanti dell’emittente culto Phase One,
impegnata a sfuggire ai controlli quanto a far ballare gli ascoltatori, con dj
come Fabio, Grooverider e Dave Angel. Loro, adesso, sono delle superstar
elettroniche, hanno i loro programmi alla bbc e girano il mondo amati come divi
del pop.
Mark,
invece, preferisce ancora montare i propri enormi impianti sotto le arcate delle
tangenziali o in una landa a ridosso del mare in Normandia. O sulle montagne del
Galles. Circondato da una tribù che cresce ogni giorno, irrimediabilmente
sedotta da questa miscela inarrivabile e tutta britannica di miti magici,
ecologismo e tecnologia dance.
La
festa del solstizio è un rito pagano al quale la generazione trance
difficilmente riesce a resistere. Una miscela di "ecowarrior" (i
guerrieri dell’ecologismo, teorici di un ritorno alla natura e di una società
anti-industriale), esponenti della diy Culture ("Do It Yourself",
ovvero il rifiuto di manufatti che non siano creati artigianalmente), neohippy,
punk che non sfigurerebbero nel club più esclusivo di Ibiza. E che invece si
avventurano sui sentieri di montagna seguendo labili tracce, come un piccolo
volantino trovato proprio nel negozio di Mark Sinclair a Brixton. "Porta
una tenda e le buone vibrazioni". Non è San Francisco, ma l’Inghilterra
oltre trent’anni dopo.
Le
indicazioni portano a un villaggio rurale del Galles, fattorie a perdita
d’occhio, depositi di grano e tetti di paglia."Non chiedete informazioni
agli abitanti del posto" implora la locandina. "Chiamate questo
numero." Una voce al telefono spiega come percorrere le ultime miglia di un
sentiero che si perde tra le montagne. Bisogna seguire le istruzioni alla
perfezione. Qualcuno ha preso la strada sbagliata ed è stato avvistato sulla
cime di un’altra montagna. Può sentire il suono dei sound system, ma la
vegetazione è troppo fitta per orientarsi.
Ad
ascoltare i sound system di Pendragon, Fungus, Growbag sono arrivati da ogni
parte dell’Inghilterra. Viaggiatori hippy con cani e bambini al seguito,
stipati dentro pullman rallegrati da colori fluorescenti e simboli misterici, ma
soprattutto tranquilli studenti universitari, professionisti, lavoratori, facce
che si incontrano in qualsiasi pub all’ora dell’aperitivo. Sono qui per
riscoprire, solo per un giorno, un senso della comunità, il piacere di
condividere esperienze senza essere costretti al consumo industriale
dell’intrattenimento. Gli "spliff" iniziano a girare, si stappano le
prime bottiglie di vino. Nel parcheggio si notano persino una Porsche e una
Jaguar. Goa non è poi così lontana. Specie quando si avvicina la mezzanotte e
intorno alla pista da ballo siedono i percussionisti. Pura trance. Tamburi
tribali che sottolineano la metronomia ritmica delle batterie elettroniche dei
dj. Libertà totale? È così che dovrebbe essere un club. È così che dovrebbe
essere una vera festa. Lo spirito selvaggio delle celebrazioni celtiche. Nessuno
bada ai corretti passi di danza, i giocolieri invadono festosamente la pista e i
mangiafuoco si mescolano ai ballerini, per la gioia dei bambini che si divertono
quanto i loro padri. Il tè indiano è la bevanda più richiesta. Ancora più
delle birre.
L’abbigliamento,
poi, è il più eccitante risultato del "surfismo dello stile".
Stivaletti neri in pelle lucida Doc Martens e vestiti che sembrano usciti da un
mercato di Bombay, jeans vintage e qualche capo di stilisti
dell’ultra-avanguardia. La festa continua nella notte. La musica è acida,
durissima, "suonata" da dj che è impossibile ascoltare nei normali
circuiti dance. Anche i dischi sono irriconoscibili. Tutte autoproduzioni
concepite esclusivamente per questo mercato marginale, al di fuori della normale
distribuzione di vinili per dj. Sono canzoni che salutano gli alieni, che
inducono "stati modificati di coscienza", che rileggono, nel breve
volgere di qualche minuto, oltre trent’anni di cultura psichedelica, di
passione "acida", nata durante gli "acid test" dei Grateful
Dead, West Coast, 1966 (gli eventi organizzati da Ken Kesey, l’autore di
Qualcuno volò sul nido del cuculo), passata attraverso la brutale rivoluzione
dell’"acid house" (Chicago-Ibiza-Londra, 1986) e arrivata qui, in
una radura nascosta in un’immacolata pineta sulle montagne del Galles. Un
frammento di controcultura giunto miracolosamente illeso (e assolutamente vitale
sino a noi) con tanto di lenti spogliarelli all’alba, lsd e invocazione allo
"spirito tribale celtico", come suggeriscono gli inviti.
I
magazzini abbandonati, le stazioni ferroviarie in disuso, i paradisi naturali.
Pendragon riesce davvero a ricostruire, in ogni luogo, una sospensione
atemporale. "Con le feste del solstizio" spiega Mark "è come se
entrassimo in contatto con i nostri antenati. Dentro queste zolle di terra ci
sono le nostre radici più profonde. Stabiliamo un contatto con i rituali magici
dei celti; puoi vederlo mentre la gente balla, muove le braccia al cielo,
utilizza i funghi magici. È una ritualità pagana che è arrivata incontaminata
sino ai giorni nostri".
Così
la pista da ballo si scopre laboratorio antropologico. "Con la nostra
musica la mente finalmente è libera da ogni pensiero, riesce a fluttuare nello
spazio e si fonde con la natura. Libertà di esprimersi. È questa la nostra
filosofia. Ed è possibile solo nei rave illegali. Non all’interno di una
discoteca con buttafuori, ballerine e abbigliamento alla moda".
È già
l’alba di una giornata che si preannuncia caldissima. La maggior parte dei
ballerini ha raggiunto le tende, in attesa che torni l’oscurità e i dj
ricomincino a invocare lo spirito battagliero di Re Artù.
Una
ragazza continua a ballare. Sulla gonna floreale d’ordinanza indossa una
T-shirt con una scritta che recita: "You Will Never Understand". Non
capirai mai. Quella dei trance party è sicuramente una delle realtà più
emozionanti e nascoste del circuito dance internazionale.
Questo documento è stato interamente tratto dal sito http://www.psiconautica.cjb.net/ e la pagina è disponibile all'indirizzo http://utenti.lycos.it/drogheleggere/nomadismo.htm
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