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Posted on Feb 12, 2009

LA CITTA' PERDUTA (1995) di Jean-Pierre Jeunet & Marc Caro

altFilm che non può non rappresentare un unicum, un caso irripetuto (probabilmente irripetibile) tanto all'interno della carriera dei rispettivi registi che nell'intero cinema fantastico Francese.
Natura "bastarda" e contaminata, innanzitutto per quanto riguarda lo stile della messa scena: una fantasia visionaria e decadente che abbraccia paesaggi post-industriali al contempo steampunk, deliri fantascientifici prossimi alla cinematografia horror anni '50 (alambicchi, laboratori e mad doctor) e soluzioni favoleggianti archetipe.
Tuttavia prodotto davvero anomalo soprattutto per le tematiche ed il linguaggio prescelti: una fiaba moderna intrisa di perenne buio, paura e mostruosità. Quindi titolo di culto perché irresponsabilmente (ma sinceramente) trasversale alle aspettative grottesche e macabre del pubblico adulto e quelle fantasy/pedagogiche dei bambini.
"Un uomo, concepito da uno scienziato con l'ambizione di creare l'essere più intelligente del mondo, invecchia prematuramente per via di un grosso problema: non riesce a sognare. Aiutato dai suoi fratelli, concepiti anche questi in provetta (sono infatti dei cloni), rapisce i bambini della città portuale per poterne rubare i sogni e trovare la cura alla sua malattia prima di morire. Il problema con i bambini che rapisce è che fanno sempre e solo incubi, fondamentalmente perché hanno paura proprio di lui, e in questo modo non c'è modo di trovare una soluzione.
Ma un giorno rapisce Denrée, il fratello di One, il ragazzo che fa dimostrazioni di forza per strada per guadagnarsi da vivere. One ha soltanto Denrée al mondo e si mette subito alla sua ricerca. Durante il suo pellegrinaggio incontra Miette, un'orfana di nove anni a capo di una baby gang di ladri. Miette vede in One la famiglia che non ha mai avuto (e probabilmente se ne innamora) e decide di aiutarlo nella ricerca." (Wikipedia.org)
Parlare di "poesia" non è affatto fuori luogo, basterebbe solamente citare la lunga e complessa sequenza di causa-effetto che salverà i due protagonisti dall'annegamento (situazione memore delle migliori comiche di Buster Keaton), per trovare conferma della profondità autoriale e tecnica che caratterizza la coppia transalpina. Un tocco unico ed originale, che non esaurisce la sua forza espressiva in un'anacronistica fotografia seppia e nella scelta di volti e personaggi di contorno dal gusto felliniano (Ron Perlman, Dominique Pinon).
Al contrario ci si confronta con uno spettacolo visivo che ci immerge senza pudori in un immaginario evolutivo, disseminato più di imprevisti che di probabilità dove, per paradosso, il lato umano risalta spesso nell'ultimo degli emarginati (magari dai tratti aggressivi o violenti) e dove i sentimenti non traspaiono mai così banalmente.
La versione italiana del film, distribuita tardi e male solo sul mercato home video, risulta tagliata di pochi ma preziosissimi minuti, che inficiano completamente la continuità narrativa dell'opera.
 
 

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