Macchinazioni Teatrali nasce nel 2000 allo scopo di indagare e promuovere un progetto di ricerca nell'ambito delle arti performative (musica, danza, teatro dell'immagine e della parola) e delle nuove tecnologie.
Il progetto cresce e si sviluppa intorno a:
Franco Quartieri ideatore e progettatore d'illuminotecnica nonchè di materiali scenici di tipo sonoro dei quali è anche interprete musicale
Barbara Chinelli danzatrice e attrice che ha condotto un lungo percorso di ricerca nello sviluppo della composizione coreografico-teatrale quale contaminazione e fusione di molteplici linguaggi
Federico Moro organizzatore di eventi culturali ed artistici, rassegne e performances che ha svolto una lunga attività di ricerca in materia di cultura giovanile e di sviluppo sociale.
L'attività della compagnia si concretizza principalmente:
nell'ideazione e allestimento di performances e spettacoli teatrali
nella creazione di installazioni e spazi interattivi
nella proposta di laboratori e seminari sui linguaggi del teatro
Tempo Perso
(MacchinazioniTeatrali)
Installazione sonora sul rapporto tra lettura del mondo e sostenibilità
A cura di: Barbara Chinelli, Federico Moro, Franco Quartieri
Allestimento: Barbara Chinelli, Franco Quartieri
Musiche: Franco Quartieri
Testi: Paolo Garilli
Organza - Lessico d'amore al tempo dei Barbari
(MacchinazioniTeatrali)
Regia e scene: Barbara Chinelli - Franco Quartieri
Interpreti: Fabio Bellitti - Barbara Chinelli
Musiche: Franco Quartieri
Atlante Urbano Occidentale
(MacchinazioniTeatrali)
Regia, scene e immagini d'ombra: Barbara Chinelli - Franco Quartieri
Interpreti: Massimo Arbarello - Barbara Chinelli - Franco Quartieri
Impronta coreografica: Barbara Chinelli
Musiche: Franco Quartieri
Testi: Federico Moro
Teatro Comunale di Casalpusterlengo
Nella stagione 2003-2004 Macchinazioni Teatrali ha maturato una significativa esperienza professionale partecipando alla gestione del Teatro Comunale di Casalpusterlengo (Lodi), organizzando rassegne ed eventi culturali e collaborando alla direzione artistica di Eugenio Allegri nell'ambito della nuova drammaturgia
La Fabbrica del Vapore
Macchinazioni Teatrali è una delle realtà culturali vincitrici del bando di concorso internazionale promosso dal Comune di Milano che la vedrà presente con un proprio spazio teatrale all'interno del centro di produzione culturale giovanile "Fabbrica del Vapore" (Milano)
Estrelas do desejo
Ispirato al testo "L'après midi d'un faune" di Stéphane Mallarmé
(MacchinazioniTeatrali - Balleteatro Contemporâneo do Porto)
Regia e scene: Né Barros - Barbara Chinelli - Roberto Neulichedl - Franco Quartieri
Coreografia: Né Barros - Barbara Chinelli
Musiche: Roberto Neulichedl - Franco Quartieri
Brundibàr
Opera per bambini in due atti
(MacchinazioniTeatrali - I Teatri di Reggio Emilia - Istituto Musicale Peri)
Regia e scene: Barbara Chinelli - Roberto Neulichedl - Franco Quartieri
Coreografia: Barbara Chinelli
Disegno luci: Franco Quartieri
Libretto: Adolf Hoffmeister
Musiche: Hans Kràsa
Contact
info@macchinazioniteatrali.com
Al tempo dei Barbari è indispensabile continuare a parlarsi e non importa se così ci sarà uno scontro sulle visioni del tutto sulle modalità di guardarsi avvicinarsi toccarsi e sulle forme di scambio e di cambiamento che le une e gli altri si concederanno sulla vita che muta di colore nel mezzo delle società assordanti che si accalcano allo showroom della modernità con la stessa bulimia con cui addentano un bigmac affinchè le possibilità potenziate dalle successive onde viagrane non lascino spazio alla diversità riproducendo così all'infinito come immarcescibile la skyline dell'erezione finale e primordiale quale rappresentazione del mondo e di sé in fondo non bastiamo più a noi stessi e non riusciamo a concederci l'intimità del corpo e del tempo in grado di invocare disegni anomali alla semplificazione e alle figure retoriche costruite per aiutarci a sostenere la solitudine propria di una serialità ceramizzata che ognuno porta in case monomarca e dentro di sé unico baluardo alla temuta non appartenenza conficcando in questo modo nel cuore dell'umanità il paletto di frassino adeguato per una morte di cui nessuno si accorge perché le immagini si stagliano chiare e perpetue a rinfrancarne la presenza ECCE HOMO esito finale di una irrisolta sentenza di predominio così lontana dalla speranza di chinque voglia porsi senza metro di misurazione ma con l'ansia della scoperta oltre le muraglie della rassomiglianza e a cui si aprirà un mondo questo sì mostruosamente interessante dove il sortilegio della reale conoscenza produrrà suoni minuti e passi felpati dentro la complessità che ognuno di noi si porta dentro come vero tesoro da incrementare forse senza più maestri capaci di insegnare come addensare nuovi lessici d'amore.
Vivere la città è un po' come guardare dentro noi stessi, meglio ancora: è come rendere trasparente la nostra epifania. Quando vogliamo descrivere la città, perché qualcuno si ricordi di lei non facciamo altro che insinuare qualcosa di noi, di ciò che siamo, raccontando del nostro modo di guardare, di descrivere, della nostra capacità di prendere e forse donare. Sempre riteniamo che ci sia stato uno scambio e che la città possa vivere anche grazie a noi. Atlante Urbano Occidentale è però anche altro, oltre il risultato di un desiderio di reciprocità e del fatto che, nonostante la città e nonostante noi: entrambi esistiamo indipendentemente. Noi riferiamo di ciò che non ci appartiene e la città ci ingoia senza averci digerito. Atlante Urbano Occidentale è la storia breve di un secolo breve ma per noi lunghissimo se rallentiamo i fotogrammi degli eventi. E' la vicenda di un occhio, quello della società occidentale, su una città immaginata, idealmente materializzata, clonata e, infine, abbandonata per farvi ritorno in punta di piedi a distanza di anni e con una prospettiva differente e dopo il furore degli accadimenti. E' la rappresentazione possibile di un occidente che ha sviluppato il bisogno del nuovo, dell'eclettico, dell'emozionalità, della diversità passando come un caterpillar sulla materia urbana e prima ancora sulle sue genti, guardandosi bene dallo sporcarsi le mani, riconducendole sempre a sé. Molto dopo l'apparire al nostro orizzonte, oltre lo scempio che ne abbiamo fatto per considerarci sempre giovani, oltre la distruzione che vi abbiamo apportato per farcela apparire come noi volevamo e ci tornava utile che fosse, abbiamo ripensato alla città come cartina di tornasole per raccontare - solo in parte inconsciamente - i nostri riti di passaggio. Qualcuno ci potrà trovare un percorso, una sorta di libretto che traccia dei capitoli, ci vorrà trovare un senso storico, una sequenza razionale, in tempi non sospetti avremmo potuto dire un filo rosso. E' legittimo, così come è legittimo anticipare che per noi è stata soprattutto una prova di disincanto, lontano dalle urla delle accelerazioni, delle rivoluzioni, delle armi finali, per capire cosa rimane oltre la riconosciuta impossibilità di attraversare il mondo. Ci piace pensare che sia una sequenza di immagini che si accavallano nella memoria e nel futuro che la memoria costruisce, nelle tracce che la città lascia e in quelle che noi vorremmo che lasciasse. E' un riprendere quanto ci è stato fatto apparire perché il processo di ruminazione occidentale prevedeva di accogliere il nuovo che era più vicino, che si poteva masticare e che ci avrebbe evitato il rigetto. E' quindi anche un percorso attraverso la nostra ubbidienza agli ordini che ci siamo dati e un ascolto di ciò che non potremmo mai essere, perché non tutto si fa digerire. Non è allora un'operazione di nostalgia. E' quello che siamo stati e che non saremo più. Abbiamo delegato questo compito soprattutto all'ingenuità dei corpi, meno permeabili alle sirene dell'apparenza e al furore della falsificazione ma più capaci di sincronizzarsi con il battito urbano. La voce stessa è una voce straniera, che per vivere la sua città del futuro deve cercare di imparare una trama che non gli appartiene e lo fa nel momento in cui percepisce che deve disimparare quanto ha appreso fino a quel momento. L'essere stranieri è l'unica condizione valida per riconoscere l'altro da sé e per poter abitare la città e il mondo. Cosa che noi non abbiamo mai fatto, presi com'eravamo a ricostruire altrove il nostro piccolo mondo antico e, prima fra tutti, la nostra impronta. "E dal momento che non si lascia questa lingua, perché non è possibile trovare un altro posto da cui interpretarla, dal momento che quindi non esistono gruppi separati di interpretazioni vere e interpretazioni false, ma solo interpretazioni illusorie, dal momento che, in breve, non c'è via d'uscita, resta il fatto che siamo stranieri dentro, ma che non esiste un fuori"